Làbas è un luogo di vita

Pubblichiamo un nostro articolo in solidarietà con lo spazio occupato Làbas di Bologna. Abbiamo tracciato una sorta di parallelismo tra l’esperienza di recupero di questo spazio a Bologna e il recupero dell’Esma a Buenos Aires fatto dalle Madres de Plaza de Mayo: lì oggi sorge l’Ecunhi, uno spazio culturale di vita. L’articolo che segue è stato già pubblicato in dicembre dal quotidiano on-line Zic.

In questi giorni da più parti si richiede lo sgombero di Làbas, la ex caserma Masini di via Orfeo a Bologna occupata da un anno esatto.lab1 Motivo dello sgombero sarebbe la costruzione di un mega parcheggio, il che si traduce in speculazione edilizia. Lunedì scorso i ragazzi del collettivo Làbas, le famiglie occupanti con al seguito i propri bambini, tanti studenti medi e universitari, cittadini comuni del quartiere, hanno/abbiamo invaso pacificamente e interrotto per mezzora il consiglio di quartiere, alla presenza anche dell’assessore comunale al sociale Amelia Frascaroli. In quella mezzora si è dichiarata la ex caserma un bene comune. E, a mio avviso, come per tante altre persone che conoscono la realtà e la frequentano, è percepita davvero così.

Trasformare una caserma che durante la seconda guerra mondiale e l’occupazione nazista ospitava un centro di detenzione e tortura in bene comune è un gesto importante, una dimostrazione della visione e della maturità di questo movimento. I ragazzi di Làbas hanno recuperato uno spazio demaniale in disuso e in abbandono, l’hanno riaperto, ristrutturato e messo al servizio del quartiere e della cittadinanza dandogli nuova linfa vitale. Hanno organizzato il mercatino del mercoledì con i produttori riuniti attorno all’associazione Campi Aperti: ogni mercoledì il piazzale interno dell’ex caserma si trasforma in luogo di incontro tra produttori indipendenti di prodotti bio e a chilometro zero e tanti cittadini che accorrono per acquistarli, per incontrarsi, per chiacchierare, per confrontarsi e assistere alle tante iniziative di supporto che si organizzano. È la concretizzazione di un buen vivir che fuoriesce dagli schemi della società consumistica che ci caratterizza, per riappropriarsi del proprio corpo, del proprio tempo e dei prodotti della propria terra. Il mercatino di Campi Aperti è solo il fiore all’occhiello di Làbas. Oltre a esso si organizzano presentazioni di libri, laboratori per i bambini, conferenze sulla memoria storica e sulle altre esperienze vincenti simili sparse per tutto il mondo. Si organizzano spettacoli teatrali, seminari dal basso, c’è un’aula studio, un orto condiviso per l’autoproduzione di prodotti agricoli. E poi c’è la sperimentazione di una nuova forma di abitare e costruire spazi abitativi dal basso, una condivisione e creazione dei propri spazi di vita attraverso il crowdhousing. Questa esperienza rappresenta un concreto esempio di come si può sopravvivere al tempo della crisi attraverso la riscoperta di valori persi nell’attuale società: la solidarietà, la condivisione, la cultura, la vera sostenibilità, la partecipazione (dal basso), la creazione dei propri spazi e stili di vita, non imposti da nessuna mano invisibile. In quanto tale l’esperienza del Làbas va valorizzata e difesa insieme alle altre simili che stanno fiorendo a Bologna e in tutta Italia.

Il dovere di un’amministrazione comunale è quello di difendere questi spazi, restituirli alla cittadinanza e non quello di chiuderli a favore di colate di cemento redditizie solo per pochi. Il vero guadagno è quello che viene redistribuito a tutta la collettività: non credo che gli abitanti del quartiere e il resto della cittadinanza preferiscano davvero un parcheggio al posto di un bel polmone verde che produce cultura, partecipazione, condivisione.

L’esperienza di Làbas ha dei punti di contatto con uno “spazio” che ho avuto l’opportunità di conoscere e frequentare in Argentina, a Buenos Aires. Mi riferisco a l’Espacio Cultural Nuesotrs Hijos (Ecunhi – Spazio culturale nostri figli), gestito dall’Associazione delle Madres de Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos argentini che ancora oggi reclamano con assoluta fermezza verità e giustizia e “ricomparsa in vita” dei propri figli cancellati dalla dittatura di Videla. L’Associazione è un simbolo di lotta per i diritti umani in tutto il mondo. Questo spazio a Buenos Aires si trova nella palestra della ex scuola/caserma della Marina Militare (l’Esma), che negli anni bui ospitava il più grande e cruento campo di tortura e di sparizione. Si stima che oltre 5mila desaparecidos siano passati per l’Esma.

Oggi, grazie ad un decreto governativo che ha trasformato quel luogo di morte in luogo della memoria, le Madres de Plaza de Mayo praticano lì, come nell’Università Popolare da loro costituita, il concetto di “memoria fertile” che le caratterizza sin dall’inizio. Una memoria viva che costruisce futuro, diritti, ideali, non una memoria con l’obiettivo di ricordare guardando al passato. Nell’Ecunhi le Madres de Plaza de Mayo organizzano corsi di vario genere: dal tango popolare, alla musica classica argentina, da concerti rock a laboratori di teatro e cucina, aperti a persone, donne e uomini di tutte le età che hanno voglia di compartir – condividere – momenti della propria giornata. Nello spazio culturale, intitolato proprio ai figli, trovano posto anche mostre di arte contemporanea e pittura, c’è un mini museo della memoria in cui sono narrate le vicende dei torturatori, c’è un orto biologico in cui si coltivano prodotti tipici dell’America Latina e si pratica la sovranità alimentare; si vive qui un’atmosfera di gioia, di cultura, di partecipazione, di vita.

Per questi motivi, per queste analogie, per questo modo altro (e alto) di trasformare uno spazio militare in disuso in uno spazio per tutti, in un bene comune, ritengo che Làbas, così come lo spazio culturale delle Madres de Plaza de Mayo, sia un luogo vivo, di vita. E per questo credo che bisogna essere difeso a tutti i costi. Da tutti noi.

Riccardo Verrocchi
(Ass.ne Kabawil – Gruppo di appoggio e solidarietà
in Italia all’Asociación Madres de Plaza de Mayo)

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